Michele Diodati, autore e curatore di Elettroni.org, è affascinato fin da bambino dall’infinitamente piccolo e dall’infinitamente grande (oltre che dall'infinitamente cane). Questo sito è il frutto delle sue capacità infinitamente medie.

Il premier compra ville e gli operai cassintegrati della Brianza osservano incazzati. In particolare quelli della Yamaha di Lesmo che sono dovuti salire sul tetto (per 10 giorni a meno 12 gradi) solo per riuscire a ottenere un loro diritto prima del baratro del licenziamento: la cassa integrazione straordinaria per 70 persone che oggi vivono con un assegno di 700 euro. La loro azienda sorge proprio a metà strada tra Arcore e la nuova reggia settecentesca di Villa Gernetto. “Durante i nostri giorni di presidio vedevamo sfrecciare le auto blu della scorta di Berlusconi – racconta Angelo Caprotti –. Quante volte abbiamo pensato che almeno si fermasse. Perché avremmo avuto molte cose da dirgli”. È un fiume in piena Angelo. È quasi impossibile fermare il suo racconto davvero paradossale pensando che la Yamaha aveva bilanci in attivo o di come il comune di Lesmo avesse persino regalato una strada e un’area per i parcheggi (in cambio della salvaguardia occupazionale) a questa multinazionale che invece da un giorno all’altro ha deciso di trasferire la produzione all’estero. Sono in molti a chiedersi che cosa abbia fatto il presidente del Consiglio per evitare tutto ciò; colui che viene considerato il cittadino più potente in questa zona d’Italia definita il quarto polo industriale d’Europa con un’impresa ogni 11 abitanti. Dove oggi però le fabbrichette sono in ginocchio: 30 mila posti a rischio tanto per intenderci.
Angelo Caprotti ha 51 anni e si sente senza futuro. Lui e la moglie lavoravano alla Yamaha. Sei mesi fa hanno perso l’unico figlio 21enne. “Cosa mi rimane dopo che abbiamo anche perso il lavoro? Berlusconi mi vuole spiegare cosa ce ne facciamo noi operai senza stipendio dell’Università del pensiero Liberale?”. Angelo non capisce come il governo non sia in grado di opporsi alle scelte aziendali di chiudere e trasferire come se niente fosse le imprese. Qualche mese fa, ad esempio, un artigiano del legno di Nova Milanese si è tagliato le vene dopo aver consegnato la disperazione a un bigliettino lasciato alla famiglia: “Non ce la faccio più”. E dopo poco un piccolo imprenditore di Ronco Briantino - settore delle slot machine - si era impiccato per sfuggire agli usurai. Sull’orlo di una crisi di nervi, oltre agli operai quindi ci sono anche tanti piccoli imprenditori. La Brianza, regno del manifatturiero, è arrivata all’appuntamento con la crisi dopo le delocalizzazioni nei paesi low cost che ogni giorno infliggono ferite. Il chimico, ad esempio: 72 i marchi in difficoltà, anche qui si tratta di multinazionali, Rhodia, Uquifa. Segue il tessile con 67 imprese, Frette e Cabor in cima alla lista. Non si salva nemmeno il legno con le 52 ditte che frenano. Sulle barricate i lavoratori con reddito dimezzato dalla cassa integrazione. A tutto ciò è interessante però aggiungere la testimonianza di Moreno Rezzano della Fiom Cgil di Lesmo che racconta come durante un presidio di lavoratori al mercato di Macherio alcuni passanti rivolgendosi ai manifestanti chiedessero: “Ma perché protestate? La tv dice che la crisi è finita. Si vede che non avete altro di meglio da fare”. Che dire? Ci sarebbe molto da dire. Di certo quello che le televisioni di Silvio Berlusconi non raccontano.
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