Berlusconi: non mi dimetterò

Dopo due giorni di scossoni le turbolenze si placano e la seconda carica dello Stato, Renato Schifani, arriva a dire che «c’è una forte volontà di tutti di superare questo momento di frizione interna alle istituzioni». Un concetto che ricorre nei ragionamenti degli spin doctors di Palazzo Chigi, sintetizzato così da FareFuturo, la fondazione presieduta dal presidente della Camera Fini: «Cominciano a tuonare i cannoni del buon senso».

E può anche essere questo il filo della giornata di ieri visto che il Cavaliere ha voluto spostare il tiro più sulla Consulta che sul Colle, più sull’azione di governo che sulle polemiche del Lodo Alfano. Al di là dei toni meno agitati, Berlusconi tiene il punto: «La Consulta non è stata leale verso il Parlamento» e per il resto «il presidente Napolitano non si deve offendere. Non fingiamo di essere super partes, io sono di destra, lui è di sinistra. Non è super partes sicuramente la Consulta che è un organo politico con i suoi cinque giudici di sinistra nominati dagli ultimi tre presidenti della Repubblica». Ma parlerà con il Capo dello Stato? «Ci sono altri esempi di coabitazione come avvenuto in Francia e immagino una coabitazione leale». Insomma «è possibile una leale dialettica con il Colle e sono certo che non ci saranno ostacoli al programma di riforme».

La rabbia è un tantino sbollita, si guarda avanti, il governo marcerà più spedito dopo il «surplace» di queste settimane in attesa del Lodo, dando subito agli italiani segnali concreti della sua azione. Il dente avvelenato con i giudici resta, eccome. «Alla sinistra non resta che servirsi di quella parte della magistratura politicizzata, una minoranza ma molto attiva al tribunale di Milano, per sovvertire il voto degli elettori». La grinta per tirare dritto non manca: «Sono in assoluto il miglior premier di sempre, il mio dovere è governare cinque anni», risponde Berlusconi a un giornalista straniero che gli domanda se abbia mai pensato a dimettersi «e in assoluto il più perseguitato della storia perché ho subito 2500 udienze. Ho tutte queste cause perché faccio argine alla sinistra, ma sono sempre stato assolto. I processi di Milano sono autentiche farse, andrò in tivù e lo spiegherò agli elettori».

E una stoccata il Cavaliere la riserva anche al Corriere della Sera, ricordando che nel ’94 diede la notizia dell’avviso di garanzia nei suoi confronti durante il vertice internazionale a Napoli. Episodio, sostiene Berlusconi, che causò «la caduta del mio primo governo. Da foglio conservatore della buona borghesia italiana è diventato un foglio di sinistra e sentiamo la mancanza del vecchio Corsera».

Ma al di là di tutto, lo scontro perpetuo non fa gioco a nessuno, anche l’opposizione invita il premier a «darsi una calmata», «si prenda una buona dose di camomilla» gli suggerisce Casini. Il premier si sa, predilige un termometro, non quello del Palazzo, bensì i sondaggi, che gli suggeriscono cautela nel dare in testa al Capo dello Stato che gode sempre della massima popolarità presso gli italiani. Quindi, fa notare Cicchitto, «la ferita con la Consulta resta, ora si tratta di rimediare ai guasti di questa decisione politica con riforme costituzionali, da cui non può mancare quella della giustizia».

E’ evidente che il nodo giustizia è il vero nervo lasciato scoperto da questa crisi, che riapre di colpo le porte, dopo sedici anni, al dibattito sull’immunità parlamentare, cancellata sull’onda di Tangentopoli. Ipotesi che il Pd e Di Pietro stoppano sul nascere («lo chiedano agli italiani», provoca la Finocchiaro), ma che a destra comincia a fare proseliti, a cominciare dal ministro Alfano. Il quale però tiene a precisare che non ci sarà un Lodo Alfano bis, una strada che non verrà più perseguita.

Riferimenti: