Ex libris

Arrivano, nella nostra neonata e ancora un po’ stropicciata redazione (arruffata come tutte le cose ai primi vagiti), moltissimi libri. Succede in tutti i giornali, naturalmente. Nel nostro però i libri si vedono di più: i locali non sono grandissimi e nell’open space la bellissima invasione di saggi e romanzi è una parte consistente dell’orizzonte. Assieme a una montagna di giornali, ai caschi, alle tazzine di caffè sparse qua e là. Bicchieri, lattine light, cellulari, maglioni dimenticati. Un panorama con le pareti rosse: confusione, cartoni imballati, cellophane che ancora avvolge alcune cose. Sui muri, frasi e moniti appesi (uno per tutti: “So fare pochissime cose. Anzi: una sola e dubito di farla bene”). Insomma ci sono tutti questi libri, anche se ora hanno trovato casa in un armadio. Ma tra poco sarà pieno. In qualche modo faremo: comunque, non è un problema. Anzi è come se Babbo Natale si ricordasse di noi tutti i giorni. Non male, scartare i pacchi. Soprattutto per l’odore delle pagine che frusciano quando, con le dita, si fanno scorrere tutte insieme vicino al naso. A volte è quasi cotone appena lavato, a volte truciolato dell’Ikea. Il primo biglietto da visita di un libro è olfattivo. La prima regola dell’attrazione, la chimica. Reazione alla carta. Poi, ma solo poi, la copertina. Disegni e dipinti, oggi purtroppo anche fotografie che trasportano il libro nello spazio fisico della contemporaneità. Invece un libro, anche coevo, è sempre un pezzo di passato, dal momento in cui viene stampato. Sopravvive, ma in un tempo che è altrove rispetto all’oggi. Terminate le presentazioni, le pagine si svelano. E l’occhio cade, indugia, si distrae. Perché se spesso succede di fare meravigliose scoperte (qualche giorno fa “La capanna nella vigna” di Jünger), altrettanto spesso le sorprese sono meno piacevoli.

Si dice che in Italia si legge poco, ed è vero. Il 12 per cento degli italiani (dati Istat) non ha un libro in casa, il 37 per cento non ne aveva preso in mano uno nel 2007. Però, almeno così pare dalla quantità di produzioni editoriali, si scrive parecchio. Le due cose sembrano in contraddizione, invece si spiegano in una relazione viziosa e viziata. Chi scrive legge poco e a sua volta non scrive sempre bene. La scrittura può essere molte cose: sfogo, terapia, gioia, svago. Piacere fisico: la meravigliosa sensazione delle dita che toccano la tastiera. O anche banale esplosione egoica. Necessità di vedere se stessi trasportati sulla pagina. Fame della firma. Un signore che di letteratura ne sapeva un po’, diceva: l’ansia di realizzazione è come la libera uscita per le cameriere (Marcel Proust). Il lavoro poi prende corpo, diventa un ente separato dal suo autore, come i fatti e i personaggi che lo popolano. Quindi è una questione di generosità curare la scrittura, quello che comunica, come lo comunica. Le parole sono importanti (Nanni Moretti). Hanno anima, musica e forma: da sole e in un’interazione reciproca che non può essere accidentale. Scrivere è un privilegio, come leggere: bisognerebbe provare a meritarlo.

Riferimenti: