La Chiesa USA va alla crociata contro Kennedy

Colpirne uno per educarne migliaia. Monsignor Thomas Tobin, vescovo di Rhode Island, deve aver pensato così quando ha negato pubblicamente la comunione a Patrick Kennedy, figlio di Ted. La sua colpa: essere pro-choice, cioé favorevole alla legislazione che permette l’aborto. Il gesto clamoroso, mirante a colpire i politici cattolici che sostengono la libertà di scelta della donna, segna all’interno della gerarchia cattolica americana uno slittamento verso il fondamentalismo nel rapporto con la politica. È presto per dire se la maggioranza dei presuli sia pronta a condividere la decisione di Tobin. Certamente si sta consolidando all’interno dell’episcopato statunitense una minoranza combattiva convinta della necessità di passare dalla formazione delle coscienze a gesti punitivi contro i politici, che non seguano le direttive della Chiesa nelle questioni che Benedetto XVI definisce “non negoziabili”.

Negare la comunione è un gesto duro. Una sanzione sostanzialmente ad un passo dalla scomunica. Giustificabile soltanto se l’autorità ecclesiastica negli Stati Uniti e altrove decidesse di seguire una linea di rigorismo assoluto in tutti i settori e senza riguardi per nessuno. Nei giorni scorsi in Italia il segretario della Cei ha definito i mafiosi automaticamente fuori dalla “comunione ecclesiale” e quindi scomunicati, ma non è partita l’indicazione di negare ai capiclan – generalmente noti – l’eucaristia davanti a tutti.

Così il gesto di monsignor Tobin assume un significato prevalentemente politico. Un’avvisaglia si era avuta ai funerali di Ted Kennedy, naturalmente celebrati religiosamente come si conviene a una storica famiglia irlandese. Si alzarono voci prelatizie, che lamentarono la concessione dei riti ecclesiali a un pubblico peccatore in quanto fautore del diritto di abortire.

Già in occasione delle elezioni presidenziali del 2008 e del 2004 l’ala dura dell’episcopato americano aveva premuto perché venissero contrastati pubblicamente i candidati favorevoli alla legislazione abortista. Tuttavia nelle competizioni che videro in primo piano da parte democratica John Kerry e in seguito Obama, entrambi pubblicamente pro-choice, il Vaticano ha tirato il freno per evitare uno scontro aperto tra Chiesa e mondo politico.

Appare qui una differenza basilare tra il fondamentalismo protestante e il neo-fondamentalismo di alcuni settori cattolici. Nella tradizione dei movimenti evangelical il rapporto è essenzialmente tra il fedele e Dio e quindi anche quando esercitano forti pressioni politiche per varare o impedire un certo tipo di leggi, questi gruppi agiscono secondo il consenso che riescono a mobilitare. Nella Chiesa cattolica, invece, vige il principio di autorità. E allora l’atto di concedere o negare un sacramento a un politico per piegarlo a tenere un certo comportamento in parlamento appare immediatamente come interferenza dell’autorità ecclesiastica nella vita delle istituzioni.

Nell’iter tormentato della riforma sanitaria voluta da Obama l’atteggiamento della gerarchia cattolica statunitense è certamente contrassegnato da una nuova aggressività politica. I vertici ecclesiastici americani non fanno mistero di far dipendere il loro appoggio al presidente (già indebolito per la feroce opposizione dei repubblicani e delle lobby assicurative) dall’inserimento nel progetto di legge di clausole che vietino i finanziamenti pubblici alle interruzioni di gravidanza.

Sullo sfondo si staglia la “dottrina Ratzinger” espressa con estrema chiarezza dall’allora cardinale, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede in un documento promulgato nel 2003. Nel testo, soprannominato il Manuale dei politici cattolici, Ratzinger affermava che “nessun fedele può appellarsi al principio del pluralismo e dell' autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali”. Aborto, eutanasia, tutela dell’embrione, famiglia monogamica e scuola cattolica. Il piccolo Sillabo aggiungeva che sarebbe un errore confondere la giusta autonomia dei cattolici in politica “con la rivendicazione di un principio, che prescinde dall’insegnamento morale e sociale della Chiesa”. Dunque, statuiva il futuro pontefice, non esiste spazio di valutazione per il legislatore cattolico “quando l'azione politica viene a confrontarsi con principi morali, che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno”.

Monsignor Tobin, con il suo veto, ha le spalle coperte.

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