Michele Diodati, autore e curatore di Elettroni.org, è affascinato fin da bambino dall’infinitamente piccolo e dall’infinitamente grande (oltre che dall'infinitamente cane). Questo sito è il frutto delle sue capacità infinitamente medie.

L’iniziativa è dei Radicali, visitare tutti i centri detti di “identificazione e di espulsione” che sono i lager degli immigrati. Quando vi partecipi, come è capitato a me l’8 dicembre, insieme con Staderini, nuovo segretario dei Radicali italiani e al deputato Pd Ferrante, ti domandi di cos’altro dovrebbe occuparsi la politica. Questo è un primo, breve resoconto. Per prima cosa il freddo. Entri in una delle camerate del reparto donne, a Ponte Galeria, il centro di detenzione degli immigrati di Roma, e senti il freddo umido di un luogo che non è stato mai riscaldato. Voglio dire più freddo dentro che fuori. Le donne infatti, ucraine, russe, georgiane, nigeriane, rom qui sono a letto vestite, tentando di scaldarsi con le coperte che, se le tiri su, scoprono i piedi. Da prima non parlano, fingono di dormire. Poi rompe il ghiaccio (si può dire così) una donna ucraina, forse una badante, ed è un fiume di storie, di racconti, di mamme giovani sorprese per strada a Napoli e portate chissà perché a Roma per la “identificazione” mentre cinque bambini sotto i 10 anni aspettano a casa. Russe e ucraine si traducono a vicenda. Ma prima di raccontare ti spiegano che nei bagni c’è solo acqua fredda e che, nel luogo assurdo in cui sono state portate, non c’è niente da fare, mai. Solo aspettare, senza sapere cosa o chi o fino a quando. Ponte Galeria è come uno zoo quando era permesso essere crudeli con gli animali: tante gabbie di media grandezza con le sbarre altissime. Sul fondo delle gabbie si aprono le stanze gelide, alcune senza luce elettrica.
Il personale è di due tipi, entrambi professionali e corretti: la polizia e la Croce Rossa. Alla polizia tocca soprattutto il compito impossibile delle identificazioni. E’ come mettere ordine nel mondo, dal Senegal alla Moldavia, dal Marocco all’Ucraina alla Cina. La Croce Rossa, senza mezzi, come in un abbandonato fronte di guerra, si affida al volontariato di due medici e un infermiere che, come in guerra, fanno il possibile per trovare da soli le medicine. La Regione Lazio, infatti, ha tagliato ogni convenzione sanitaria. Gli uomini reclusi sono tutti giovani. E appena li ascolti, ansiosi e concitati ti rendi conto del fatto più grave, che poi la direzione conferma: l’80 per cento dei detenuti in queste gabbie non ha commesso alcun reato. Sono qui, comprese le giovani donne rom, perché dichiarati “clandestini”. Verso le 5 la voce del muezzin chiama gli uomini del lager alla preghiera in una stanza fredda e vuota in fondo alla gabbia detta “la moschea”. Naturalmente non c’è il minareto. E così nelle gabbie gelide in cui un muratore marocchino che ha lavorato per 10 anni a Modena mi racconta che non rivedrà mai più i suoi bambini emiliani, la civiltà è salva. Ma un uomo molto giovane che mi dice di essere laureato si china per sussurrare “Ma non si accorgono che qui preparano il terrorismo”?