Mito e mitomania, cortocircuito di Silvio

GUZZANTI VS BERLUSCONI, l’inconsueta biografia del premier scritta dal senatore-giornalista che sarà in libreria per Aliberti Editore martedì 15 dicembre, è un caso fortunato di eterogenesi dei fini. Nel 2000 Silvio Berlusconi scelse Paolo Guzzanti per scrivere la sua agiografia sul modello di quella appena pubblicata dal manager Chrisler Lee Iacocca, che tanto era piaciuta al Cavaliere. L’allora vicedirettore del Giornale registrò ore e ore di racconti autocelebrativi del capo e persino della mamma Rosa. Quelle giornate a villa La Certosa e in nave con i Berlusconi però non portarono nessun risultato. Un po’ perché il Cavaliere si tirò indietro e un po’ perché Guzzanti si ricordò di essere stato (come inviato di Repubblica e Stampa) una delle penne più irriverenti del giornalismo italiano. Più riascoltava il presidente che sbrodolava elogi su sé stesso più si convinceva di non poterli riportare senza sottolinearne gli aspetti ridicoli e inquietanti. Le cassette finirono così nei cassetti fino a quando l’incantesimo tra il Cavaliere e il giornalista non si ruppe. Le profonde divergenze sulla politica estera nei confronti di Putin e le polemiche contro la stagione del ciarpame e delle veline di Berlusconi hanno fatto il resto. Dopo aver coniato il fortunato termine “mignottocrazia” per stigmatizzare la sostituzione della classe dirigente del Pdl con le ragazze del Cavaliere, Guzzanti ha lasciato il partito per approdare al Pli. Liberatosi finalmente dell’infatuazione politica, il vecchio giornalista ha riascoltato le cassette del Cavaliere scoprendo un tesoro di perle inedite che formano l’ossatura di un racconto imperdibile. Guzzanti lascia parlare il Cavaliere per pagine e pagine. C’è il piccolo Silvio che è il più bravo in famiglia, a scuola e nello sport e si impegna subito in politica attaccando i manifesti della Dc mentre i comunisti lo picchiano. E poi c’è il giovane Silvio che studia alla Sorbonne ma è già un fusto che affronta i marines per difendere la sua amante spogliarellista. E poi c’è il grande Silvio che costruisce città nonostante i comunisti cattivi lo ostacolino in tutti i modi. A impressionare è la totale assenza di autoironia del leader. La rappresentazione di sé non conosce mezze misure dal concepimento alla fine dei secoli. Quei racconti non sono confidenze sfuggite. Ma rappresentano i mattoni consegnati all’aedo per costruire un mito. Ogni dettaglio del racconto, anche il più insignificante, è finalizzato a rendere unica, simbolica e magica la storia dell’esistenza del capo. La parte finale del libro, nella quale si descrive l’involuzione di Berlusconi verso un modello che Guzzanti definisce come un mix tra “priapismo e cesarismo” in fondo rappresenta solo la naturale conclusione delle premesse che si potevano intuire in quelle parole di 9 anni fa.

Marco Lillo


Capii che Berlusconi aveva perso completamente i confini del buon senso quando gli sentii raccontare per l’ennesima volta la barzelletta della mela brevettata. Allora rabbrividii. La barzelletta è semplice, surreale e oscena come spesso sono le buone barzellette. Ma, affetto ormai dal delirio onnipotente di essere anche un grande attore di cabaret, l’aveva allungata e dilatata e abbellita e appesantita fino a farne una performance di quasi mezz’ora. Un tempo teatrale infinito incapace di sostenere l’impatto della battuta finale, tirata talmente per le lunghe da arrivare spenta. Eppure, ridotta a una battuta da meno di mezzo minuto era surreale e faceva ridere. Questa era la versione originale dello stesso Berlusconi prima che perdesse gli ormeggi: Un uomo si presenta all’ufficio brevetti con una mela in mano e dice all’impiegato allo sportello che vuole brevettarla. L’impiegato risponde: “Mi sembra una mela come tutte le altre”. “No, è speciale: l’ho modificata geneticamente”. “E che cos’ha di speciale?”. “L’annusi. Sa di fica”. L’impiegato prende la mela, la annusa e la respinge disgustato: “Non sa affatto di fica: sa di culo”. “Oh, mi scusi: la giri”. Il tempo necessario e sufficiente per raccontare questa barzelletta è di tredici secondi. Io ho capito che Berlusconi aveva sbroccato quando per raccontarla (per la centesima volta) ha impiegato venti minuti. Venti minuti spesi in disastroso autocompiacimento. Intanto, ha collocato l’ufficio brevetti a Napoli per esibirsi in una parlata napoletana che forse gli viene perdonata da Apicella, il suo menestrello, ma non dai napoletani. E poi l’ha tirata per le lunghe credendo di essere irresistibile in cento divagazioni faticosissime, per arrivare scarico alla battuta finale che tuttavia strappò un urletto di compiacimento in tutte le signore deputate e senatore che lo circondavano adoranti e incuranti dell’umiliazione continua cui lui sottopone le donne, tutte le donne e specialmente le politichesse a lui aggrovigliate e appitonate. Più Berlusconi insulta le donne, le prostituisce con la parola, le tratta da mignotte, da zoccole, da ninfomani, da cornute, da pompinare, più quelle ridono, ridacchiano, si danno di gomito, lo leccano, lo confermano. E lui si lancia nel peana della sua virilità. Non esita ad alludere anatomicamente a essa, ma lo fa con un’innocenza persino disarmante. I discorsi semiprivati e semipubblici di Berlusconi raramente si sottraggono a un momento di monumentalizzazione del suo corpo presentato come un monstre in materia. La sua battuta più frequente è: “Qualcuno mi ha raccomandato il Viagra dicendomi che permette di fare sesso anche tre volte in una stessa notte. E io ho risposto: “Che cos’è? Un calmante?”. Simbolicamente Berlusconi adora suggerire che la propria infaticabilità amatoria è senza limiti e lo fa ricorrendo a tutto il barzellettario che gli permette di interpretare personaggi sempre vincenti che dominano i maschi e seducono tutte le donne. Queste storielle una volta le raccontava ai soli uomini, limitandosi con le signore a materiali un po’ meno grevi. Poi però nella sua personalità devono essersi rotte le dighe, i diaframmi che fino a un certo punto avevano contenuto la sua esuberanza, e da quel momento si è scatenato e ha cominciato a diffondere il verbo priapico divino (la divinità di se stesso) sia pure col pretesto del comico, senza alcun freno. Questo vidi in una riunione in uno degli hotel di Roma e fu allora che mi dissi: “L’uomo è andato oltre le sue possibilità, è entrato in cortocircuito con se stesso”. La conferma l’ebbi poi, cazzi a parte, quando ci convocarono in uno scatolo edificato milanese di cemento acciaio plastica specchi nuvole rondini canti celestiali moquettes vallettes mignottes di primo pelo rasato di buona famiglia uniformine attillatine culetti sgambati foulardini sorrisini ebetini guardarobiere e una muraglia umana di bodyguard dalla spirale scendente dal lobo, occhiali neri, capa pelata, spalle da armadio e faccia truce. Nel mio ricordo sicuramente alterato dall’orrore permangono immagini di balletti cinesi, il capo in apoteosi, il pubblico in estasi, la mano levata fra il padre benedicente e il dittatore che saluta nel sole la propria immagine e quando fuggii all’aperto per respirare capii che si stava celebrando la replica di un compleanno, uno a caso, di Kim Il Sung. Queste due cose, priapismo e cesarismo della Brianza, mi cominciarono a inquietare sul serio. Io, d’altra parte, ho sempre detestato l’antiberlusconismo da tre palle un soldo, quello con la bava alla bocca. L’antiberlusconismo becero che era la replica dell’anticraxismo e di tanti altri anti-ismi che costellano la storia d’Italia. Gli stranieri di Berlusconi raramente hanno capito qualcosa. Dai reportage dei loro inviati di solito ricavi soltanto delle macchiette, mai la dimensione reale. Loro vengono, guardano, scambiano l’Italia per la repubblica delle Banane, Berlusconi per un fascista, riempiono con una aneddotica generosa e spesso manipolata, e tirano avanti così. No, la mia non è la storia di un illuso deluso, e neppure di un voltagabbana. Ho accompagnato con entusiasmo il cammino di Berlusconi verso la rivoluzione liberale di cui l’Italia ha disperato bisogno e ho visto fin dove lui poteva arrivare. Speravo che facesse almeno qualche chilometro del percorso galattico di una rivoluzione borghese, invece ha percorso sì e no qualche centimetro. Meglio di niente. Poi però si è ritrovato a governare da solo, senza avere di fronte alcun contropotere, né Parlamento né partiti, con una opposizione o asfittica e incerta come quella di Veltroni, oppure irosa e vociante come quella di Di Pietro. Lui è contento così. Anzi felice. Silvio si è finalmente liberato dei lacci e lacciuoli che gli impedivano di governare e si è capito che i lacci e i lacciuoli sono tre: la Costituzione, la Camera e il Senato. Superati questi tre ostacoli, di fronte a lui si apre la grande prateria della democrazia presidenziale truccata, perché non sta scritta da nessuna parte e meno che mai nella Costituzione, ma senza quei piccoli impedimenti che non permettono al presidente degli Stati Uniti di fare come cazzo gli pare e piace, perché di fronte ha il Congresso, il Senato, le terribili commissioni parlamentari. Davanti a Silvio c’è il nulla, o meglio tutto quello che vuole.

Paolo Guzzanti

Riferimenti: