Parole come pietre

Ho sempre pensato che i dirigenti politici, ma anche, più in generale, gli uomini e le donne in politica siano responsabili del linguaggio che usano e degli insulti che si indirizzano. Ho anche spesso ritenuto che saranno poi gli elettori a giudicare, premiando e punendo sulla base delle loro sensibilità e che gli insulti dovrebbero essere controproducenti. Purtroppo, da qualche tempo, temo che non sia più così. Gli insulti si sono moltiplicati, ma gli elettori italiani hanno mostrato una grande indifferenza quando non si sono schierati, senza se e senza ma, a fianco dei loro politici di riferimento. Dunque, è giusto dire che il clima politico si è imbarbarito in maniera straordinariamente negativa, molto più in Italia che altrove, e certamente i politici, ma anche molti “comunicatori”, ne portano gravi responsabilità. In questi giorni, i due casi, enormemente diversi fra loro, di politici in qualche modo oggetti di violenza sono stati menzionati: l’attentato a Togliatti e il lancio di monetine contro Craxi. Tuttavia, basterebbe ripercorrere un certo numero di titoli, per carità, non tutti, sparati in prima pagina da il Giornale e da Libero, in particolare contro Romano Prodi per rendersi conto che la violenza nelle campagna di stampa ha un suo non encomiabile retroterra. Naturalmente, con questa constatazione non intendo in nessun modo sostenere che l’aggressione a Berlusconi fa il paio con tutte le aggressioni verbali, qualche volta assolutamente vergognose, subite da Prodi.

Tutti responsabili, dunque nessuno responsabile o, peggio, tutti assolti? Non sarei neanche dell’opinione che debba lanciare la prima pietra chi non è responsabile poiché il lancio di pietre è già un’azione violenta. Sostengo, invece, che, offerta a Berlusconi la solidarietà che si dovrebbe dare a chiunque venga colpito da atti violenti, per svelenire il clima appare opportuno un ripensamento collettivo delle modalità di fare e di parlare di politica, a cominciare dai talk show televisivi. Da tempo, non si parla in quegli studi. Si inveisce, si urla, ci si accapiglia, si insulta offrendo all’audience un esempio che non può restare privo di imitatori anche perché raggiunge milioni di telespettatori. La giustificazione non può mai essere che è Berlusconi stesso ad essere polarizzante. E’ lui che ha creato il clima nel quale è maturato il lancio di piazza del Duomo. Mi sembra una forma neppure tanto sottile di punizione barbarica, di contrappasso medievale. Naturalmente, è giusto sottolineare le responsabilità di Berlusconi, ma l’opposizione dovrebbe porsi altri obiettivi oltre a sottolineare la sua signorilità che, fra l’altro, non è neanche tale in tutti i suoi esponenti. Qui non si tratta, come hanno incautamente scritto diversi commentatori, di risolvere il problema con qualche incontro sulle riforme istituzionali. Si tratta, invece, di cambiare, per alcuni, la maggior parte dei quali, si trovano nelle file della maggioranza parlamentare, il modo di fare politica, quel modo che, per molti di loro, ha costituito il viatico per giungere a vette inaspettatamente e immeritatamente ele vate.

So che sono pochi quelli che imparano, fanno, magari, soltanto dentro di sé, un po’ di autocritica, si emendano. Eppure, se la politica ha anche, come insegno ai miei studenti, una funzione pedagogica, ovvero dovrebbe tentare di migliorare la società nella quale viene praticata, è adesso il momento di rovesciare la tendenza. Potrebbe anche essere che il rovesciamento premi quei politici che ragionano, magari dialogano, cercano di persuadere senza alzare la voce, prendono le distanze da qualsiasi forma di violenza (per fare un esempio, persino dal lancio di monetine contro Craxi che usciva dall’Hotel Raphael), anche verbale (per esempio, ai fischi a Berlinguer al Congresso socialista di Verona nel 1984 ai quali Craxi non si unì perché, come dichiarò lui stesso, “non sapeva fischiare”). Da allora, purtroppo, la situazione è ulteriormente peggiorata. A dimostrazione che la politica va di pari passo con la società, una politica imbarbarita insegna il peggio alla sua società che impara subito quel peggio e che non pare neppure più in grado di discernere ciò che è accettabile, il confronto politico anche duro, da ciò che imperdonabile, l’insulto, la rissa, la violenza.

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