Michele Diodati, autore e curatore di Elettroni.org, è affascinato fin da bambino dall’infinitamente piccolo e dall’infinitamente grande (oltre che dall'infinitamente cane). Questo sito è il frutto delle sue capacità infinitamente medie.

Tutte le volte che accendo il televisore mi appare Vittorio Sgarbi. Non so se si tratti di un sortilegio o se il noto opinionista si sia proprio nascosto dentro il mio apparecchio. Ho provato a chiamare un tecnico per verificare che la sua scenografica chioma non si fosse impigliata nel tubo catodico, ma pare di no. Sta di fatto che, appena il monitor si illumina, Sgarbi mi appare, e quasi sempre in uno stato preoccupante. Collerico, congestionato, ululante. L’ultima volta è stato poche ore fa, nel corso di “Mattina 5” dove Claudio Brachino, il Picasso di Cologno Monzese, aveva imbandito uno dei suoi famosi dibattiti cubisti, dove tutti sostengono la stessa tesi, dandosi animatamente ragione a vicenda. Si discuteva delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino sulla collusione tra mafia e Forza Italia; infatti tutti difendevano a spada tratta Forza Italia. Ma Vittorio Sgarbi è così abituato a dare sulla voce che riesce a farlo con successo anche con chi è d’accordo con lui, infatti urlava che Ciancimino è “una maschera teatrale” e per soprammercato “un drogato come Morgan”.
Questa è solo l’ultima volta in cui, accendendo il televisore, mi è apparso Sgarbi. Negli ultimi tempi l’ho visto disquisire sui padri separati, sui rapporti tra Stato e Chiesa, su chi sia da considerarsi superiore tra Dante e Laura Pausini; l’ho visto inveire a telefonino sguainato, scagliarsi contro Barbara D’Urso da un trespolo come quello dei giudici di linea nei campi da tennis, minacciare di entrare nella casa del “Grande Fratello”, farsi fare un massaggio da Victoria Cabello, scambiare per un ritratto di Tiziano una vecchia foto di Patrizia De Blanck. Siccome un’intramontabile leggenda metropolitana vuole che Sgarbi, al di la delle sue intemperanze, sia anche un critico d’arte colto e competente (così competente che un ministro della Cultura competente come Sandro Bondi l’ha appena nominato direttore del Padiglione Italia della Biennale), ogni volta esito. Mi basterebbe sentirgliene dire almeno una, di cose competenti, poi cambierei canale sereno. Invece ogni volta mi becco la sfuriata.
Venerdì scorso era stato invitato dal personal trainer Alessio Vinci a una puntata di “Matrix” interamente in suo onore. Sarà la volta buona, mi sono detto, perché Sgarbi parlerà sull’unico argomento che conosce veramente a fondo: se stesso. Così mi sono sorbito il collegamento con la madre, le compagne di scuola, la fidanzata del momento, una scheda agiografica di Gianluca Nicoletti e una lettera appassionata di Paolo Liguori, che lo ringraziava per essersi schierato fin dal primo momento contro il pool di Mani Pulite. Sgarbi era comprensibilmente lusingato, e per una volta non ha dato in escandescenze. Ma la cosa competente, giuro, non l’ho sentita. Forse mi sarò distratto io. La speranza, si sa, è l’ultima e morire; e il dubbio la penultima. Però mi domando: se quest’uomo è in fondo così competente e intelligente, perché si è ridotto a vivere in tv? E perché la tv si è ridotta a vivere in ginocchio da Vittorio Sgarbi? Domani accenderò la televisione, mi apparirà Vittorio Sgarbi, e glielo chiederò.
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