Michele Diodati, autore e curatore di Elettroni.org, è affascinato fin da bambino dall’infinitamente piccolo e dall’infinitamente grande (oltre che dall'infinitamente cane). Questo sito è il frutto delle sue capacità infinitamente medie.

Diceva mio padre Pipolo: ogni volta che prendi pesci in faccia dai critici, hai la certezza del successo. Può darsi che l’assioma dell’indimenticabile regista e sceneggiatore di Attila Flagello di Dio funzioni anche per il figlio, Federico Moccia, ex compagno di classe di Maria Berlinguer, esegeta dei turbamenti adolescenziali, questa volta alle prese con quarantenni divisi tra battute di caccia, ossessioni senza risultato e reminiscenze da ragazzi della terza C. I nuovi mostri, senza ironia, abitano in Scusa ma ti voglio sposare, un’ora e quaranta di racconto in bilico tra il Vanzina meno ispirato e l’involontaria parodia del moccismo stesso. Esperienza mistica, noia a intermittenza, rarissime risate. Entri, ti siedi, assisti sgomento ai dialoghi e davanti agli occhi passano lucchetti (Moccia che cita Moccia), cucine superaccessoriate, ville a picco sul mare, genitori irrisolti, coppie in crisi d’identità, professori frustrati, donne oggetto, qualunquismo ultramachista, ex del Gf, addominali scolpiti, culi, profanazioni poetiche (La tomba di Keats e Shelley), finte spiagge spagnole improvvisate sull’arenile laziale. E conversazioni surreali: “A cosa stai pensando?”. “A niente”, “Ma non lo sai che è impossibile?”.
Invece accade esattamente questo. Ci si lascia trasportare dall’inconsistenza, sperando che la sottile demenza collettiva che ti abbraccia, sia solo una sensazione momentanea.
A Moccia, di tutto ciò, importa meno di zero. Non esistono sovrastrutture o critiche sociali. Il tono è volutamente favolistico e nonostante qualche attore provi dignitosamente a non affondare (Oliva, Apolloni) e gli sceneggiatori Infascelli e Barzini, tentino di portare il copione fuori dalla compiaciuta ovvietà del libro omonimo, il risultato finale è quel che è. Dopo anni di faticoso bussare alle porte del cinema romano, la pervicacia di Moccia ha ricevuto il più ricco tra i premi. Il manoscritto di Tre metri sopra il cielo, mazzo di fotocopie di culto cresciuto con il passaparola tra le fanciulle di Roma Nord, trovò con Feltrinelli nel 2004 pubblicazione, trionfo e materia per trattati sociologici. Trentacinque edizioni, quasi due milioni di copie, il trampolino per un fenomeno seriale, capace di offrire altri due libri e complessivi cinque film, per trenta milioni di euro. Una crescita che aveva spinto Fiorello a una sapida gag radiofonica, accolta senza rancore dal protagonista: “Ciao sò Federico, sò dei Parioli, c’ho il motorino, il cappelletto, scrivo sette libri in sette giorni”.
Medusa, la società distributrice del film, presenzia in forze alla stanca anteprima del film. Giampaolo Letta osserva distante, Carlo Rossella, a un tavolo coreografico (cui Raoul Bova si siede con una buona mezz’ora di ritardo e la figura della rediviva Rita Rusic vivacizza la scena) straparla di Pontificia Università Cattolica (ripeterà il concetto quattro volte) interessata a vedere Scusa ma ti voglio sposare (da oggi in 560 sale italiane) e a costruire un ponte tra universo ecclesiastico e pianeta (sic) giovanile. Vicino a lui Michela Quattrociocche, bellissima, si presenta a mezzogiorno in abito da cocktail. E dire che una delle cose più belle del film è il suo abito da sposa. Molte parole, che assomigliano a quelle del calcio: sempre le stesse, vuote, buone per non dire nulla.
Il guaio del film è il cortocircuito target-temi: si occupa di quarantenni in crisi con i sentimenti ma con un linguaggio - reale e metaforico (volutamente?) - preadolescenziale. Molte musichette furbe e citazioni, tra cui una più volte riproposta da Tre uomini e una culla che qui sono quattro (con Bova, Luca Angeletti, Francesco Apolloni, Ignazio Oliva): tutti affannati attorno alla figlia di uno, baby sitter inclusa, tutti incasinati con amori che non vanno, tradimenti in agguato o consumati con sana ma inconcludente soddisfazione (femminile), altri maschili, con balbettante e goffa foga per la ritrovata libertà dall’asser vimento matrimoniale. Ci si sceglie senza fantasia, meritandosi a vicenda. La paura di dire sì, lo voglio per tutta la vita, è sempre subordinata all’istinto del momento. Ma questi quarantenni ragionano come ventenni e non dicono niente. Con la bocca e con gli occhi: stesse facce, medesimi toni di voce. Quindi a vedere Moccia ci andranno bambine che si dicono romantiche e ne saranno felici. Tutti i luoghi comuni del principe azzurro sono serviti: lui meraviglioso e ricco la porta a Parigi, fa scrivere su un ponte sulla Senna: “Mi vuoi sposare?”, lei tentenna, si concede un’innocente evasione con un compagno di Università (Andrea Montovoli), poi lui che è un vero maschio - seppur molto sensibile - la va a riprendere a Ibiza (ma è Capocotta). Interrompe un concerto sulla spiaggia, prende il microfono e invece di essere linciato, la rapisce non prima di aver scatenato il plauso di una finta bionda: “La prossima volta, vieni per me”. La storia finisce bene, con altare annunciato dal titolo sul lago, parenti riappacificati (in mezzo c’era stato pure il weekend con i genitori hippy di lei, ospiti di quelli super borghesi di lui). Scusa ma ti voglio sposare è un bluff senza carte: pensato per un mucchio di ragazzine: giovanotti mezzi nudi da fotoromanzo e interpreti femminili, Quattrociocche a parte, che non danno fastidio. Anzi, a vederle in sala per la conferenza stampa, sono molto meglio dal vivo che sullo schermo.
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Di tutto, ma non di Moccia.
Commenti
Invia nuovo commento