Senza regole la democrazia muore

Dispiace dirlo, e probabilmente col clima che regna in Italia nessuno lo dirà, ma nella brutta vicenda delle liste elettorali riammesse, il presidente della Repubblica ha delle gravi responsabilità. Quel decreto non doveva essere firmato. È un decreto che viola un principio finora universalmente accettato, che le regole elettorali non possono essere modificate quando la partita è già iniziata, e meno che mai con effetto retroattivo. È una regola fondamentale di ogni democrazia, perché è posta a garanzia della regolarità del voto e dalla eguaglianza di tutti i partecipanti. Non rientra formalmente tra le norme costituzionali, ma può ad essa essere accostata perché attiene alla formazione degli organi istituzionali, e quindi alla parte più delicata del processo politico. E’ inutile nascondersi dietro a un dito: quella regola è stata infranta.

Nulla giustifica tutto questo. Certo le elezioni senza Formigoni in Lombardia avrebbero prodotto un risultato anomalo. Ma questi sono i problemi della democrazia. È la democrazia che per garantire uguaglianza, linearità, trasparenza, ha bisogno di regole, di procedure, di limiti. Il sistema autoritario non ne ha bisogno perché vige la volontà del più forte. Ma se si vuole veramente assicurare che tutti abbiano gli stessi diritti non c’è altro che dettare un sistema di regole precise e pretendere che siano rispettate. La rottura delle regole porta inevitabilmente al sopruso a vantaggio del prepotente e del più forte. E gli effetti di quello che è capitato ieri possono essere pericolosi. Se si è intervenuti a partita aperta, chi potrà impedire di rifare lo stesso a questa o ad un’altra maggioranza? E quali sono i limiti degli interventi? Come si potrà negare lo stesso favore ad altri candidati e ad altre liste?

Ancora più inaccettabile è la tesi che questo serva a riparare altri soprusi. Si combatte la illegalità reprimendola, non commettendone un’altra. Se veramente Formigoni è stato vittima di irregolarità di terzi o, ancora peggio, di giudici, come ha dichiarato (e può darsi che sia così) ha il dovere di denunciarlo pubblicamente, di pretendere dal ministro della Giustizia che inizi l’azione disciplinare e prenda i provvedimenti più severi, che si apra un’inchiesta penale. Ma se non è vero vale per lui il principio che deve valere per tutti: le leggi vanno rispettate punto e basta, dal primo all’ultimo. Non è più uno Stato serio quello che permette a chi supera una percentuale di voti di infischiarsene delle leggi.

Ancora più offensivo è il modo in cui la vicenda è stata presentata all’opinione pubblica, usando farisaicamente il termine di “decreto interpretativo”. Qualunque studente di Giurisprudenza sa che l’interpretazione autentica è una legge che, come tutte le altre, modifica la situazione precedente, cambiando il significato di una norma senza toccarne il testo. Che il decreto di ieri cambi le cose è talmente chiaro che una lista esclusa viene riammessa. Se si riteneva necessario un provvedimento eccezionale sarebbe stato meglio, molto meglio, dirlo apertamente, assumersene le responsabilità, spiegare le ragioni per cui si derogava a principi sinora seguiti. Non sarei stato d’accordo, ma almeno il paese avrebbe potuto giudicare con chiarezza.

Non c’è democrazia senza legalità. In questi anni le offese alla legalità sono state molte, e un paese stanco e sfiduciato sembra assuefarsi. Per questo la funzione del capo dello Stato è indispensabile. E per questo sono il primo ad essere grato a Napolitano per il rigore con cui tante volte ha difeso il funzionamento delle istituzioni. Ma proprio perché abbiamo bisogno del suo intervento negli anni futuri bisogna dire, con amarezza ma chiaramente, che questa volta è venuto meno al suo compito.

Riferimenti: 
  • Mario Segni, Il Fatto Quotidiano, pag. 14 (7 marzo 2010)

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