Sgarbi e nemesi

Seconda serata di Canale5: 1987. Vittorio Sgarbi appare al grande pubblico televisivo nei panni di un giovane storico dell’ar te. Dal palco del “Maurizio Costanzo Show” una professoressa poetessa legge una poesia, che Sgarbi commenta con espressioni di disgusto e poi con parole durissime. Lei gli dà dell’asino “impoetico”, una prima, una seconda e una terza volta e lui infine l’apostrofa: “E lei è una stronza”. Per quest’offesa il tribunale anni dopo lo condannerà a pagare 60 milioni di lire. Ma nel frattempo il critico s’è trasformato in personaggio, corteggiato dai programmi tv per la vis polemica e il modo paradossale di ar gomentare. L’uomo sembrava allora a molti come uno spirito libero . Aveva sì molti detrattori, ma anche entusiastici sponsor. Fra i più critici, Eugenio Scalfari, che lo definì un “D’Annunzio in sedicesimo”, e come D’Annunzio – in effetti di cui condivideva la foga oratoria –, Sgarbi ha sperimentato in politica nel tempo sia la destra sia la sinistra, compiendo anzi l’intero periplo del panorama dei partiti, dal Pci a Forza Italia.

Per molti anni è stato alla corte del Principe dei media, per il quale conduceva una rubrica giornaliera, “Sgarbi quotidiani”, su Canale5, con la funzione che oggi ricopre Feltri: bastonare gli avversari politici fingendo che si tratti dell’espressione di un libero pensatore. Sgarbi è stato un formidabile “fast thinker”. Uno che pensava e parlava più veloce degli altri. Un atleta della parola. Un impareggiabile centometrista con cui era difficile rivaleggiare. Ma col tempo la sua abilità dialettica si è andata impoverendo e delle qualità antiche sopravvive oggi quasi esclusivamente la virtù del turpiloquio. Che lui reitera fino all’ossessione, urlando come un forsennato. Lo vediamo spesso ospite di “Pomeriggio cinque”, su Canale 5, condotto da Barbara D’Urso, uno di quei contenitori giornalieri pomeridiani in cui ci si può infilare di tutto. Il ciuffo di capelli, solo un po’ incanutito, è sempre quello, ma ormai si altera sempre più facilmente e inizia a martellare con la voce arrochita dall’ira, le vene del collo che si gonfiano, gli occhi inferociti. “Balle, balle, balle…” ripeteva mercoledì a una donna in studio che aveva denunciato il caso di sua figlia, diciannovenne, vittima di stalking. “Balle, balle, balle…” argomentava, chiosando: “Chi annuncia non uccide, chi uccide non annuncia”. E batteva e ribatteva, con le stesse parole, con malagrazia, come un bambino viziato e infelice, vittima della sua prepotenza. Finché la donna che aveva preso di mira e alla quale si rivolgeva dicendole: “Guardi com’è bella grassa, non ha subito nulla”, gli ha replicato: “Lei è uno stronzo!”, compiendo così la nemesi. E precipitando Sgarbi, nell’atto terminale della sua parabola, proprio a quel fortunato, felice esordio cui deve tutto il suo successo.

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